Un circolo velico in ogni pozzanghera: la lezione britannica

Leggo ogni mattina Sail-World e ad ogni inizio settimana questa testata dà notizia di una o più regate che si sono tenute in qualche località dell’entroterra del Regno Unito, dove basta uno specchio d’acqua, anche piccolo o artificiale, perché nasca un club. È così che uno sport considerato elitario diventa un’abitudine di massa.

Un circolo velico per ogni lago

Chi attraversa la campagna inglese, il Galles o le Midlands e si imbatte in un invaso, una cava allagata o un lago di pianura ha buone probabilità di trovare, su una sponda, un prato con una fila di derive tirate in secco, un capanno di legno e una piccola clubhouse con la bandiera sul pennone, un circolo velico. Non è un caso né un’eccezione: è la forma normale che la vela ha preso nel Regno Unito.

Un circolo velico in ogni pozzanghera

La Royal Yachting Association, l’ente che riunisce la vela britannica, conta circa 1500 tra club e centri di formazione affiliati. Molti si trovano sul mare, ma una parte enorme vive su acque interne: laghi naturali come quelli del Lake District, bacini idrici come Rutland Water o Grafham Water, ex cave di ghiaia riempite d’acqua, canali larghi, estuari riparati. Dove c’è acqua navigabile e un po’ di vento, prima o poi qualcuno fonda un circolo.

Il paesaggio velico britannico non gravita quindi attorno a pochi grandi porti e a marine di lusso, ma su una rete capillare di realtà minuscole, spesso con poche decine di soci, che tengono acceso il fuoco dello sport anche lontano dal mare.

Un circolo velico in ogni pozzanghera

Il segreto è il volontariato

Come fa a reggersi un circolo velico così piccolo? La risposta è che sono quasi sempre gestiti dai soci stessi. Il comitato di regata si organizza a turni: ogni weekend qualcuno fa il race officer, qualcun altro posiziona le boe, un terzo prepara il tè e le torte nel clubhouse. Il barca di assistenza, il tagliaerba per il prato, la manutenzione del pontile: tutto passa dal lavoro volontario, e spesso dall’obbligo, scritto nello statuto, di prestare un certo numero di ore di servizio all’anno.

Questo modello abbatte i costi in modo radicale. Non ci sono dipendenti da pagare, né grandi strutture da mantenere. Le quote annuali di molti club di lago restano sorprendentemente contenute, spesso nell’ordine di poche sterline, e comprendono rimessaggio della deriva, accesso all’acqua e calendario di regate.

Barche semplici, costi ridotti

La seconda ragione della democraticità della vela britannica è la barca. La cultura della deriva è radicata: Topper, Mirror, Laser (oggi ILCA), Wayfarer, Solo, Laser Pico. Sono scafi leggeri, semplici da armare e da trasportare su un carrello trainato da un’utilitaria, e il mercato dell’usato è vivacissimo. Con una cifra modesta si compra una deriva funzionante, e molti club hanno barche di proprietà da affittare o prestare ai nuovi arrivati.

Il Mirror è quasi un simbolo: nato come barca da costruire in casa a partire da un kit, ha fatto navigare intere generazioni di famiglie che non avrebbero mai potuto permettersi uno yacht. È l’idea stessa di vela come attività di bricolage e passione, più che di status.

Barca a vela Mirror

Porte aperte ai principianti

I club britannici hanno inoltre imparato a presentarsi come luoghi accessibili. Ogni anno molti aderiscono a giornate promozionali, come le iniziative nazionali di “prova gratuita” promosse dalla RYA, in cui chiunque può presentarsi, indossare un giubbotto di salvataggio e uscire con un istruttore. Si organizzano corsi per ragazzi, serate di regata infrasettimanali, uscite per famiglie, gruppi dedicati a under 18, a donne, a persone con disabilità.

Il risultato è che un genitore senza alcuna esperienza può iscrivere il figlio a un corso estivo sul lago sotto casa, e magari scoprire, due stagioni dopo, di essere diventato lui stesso socio e membro del comitato di regata.

Una scuola di comunità

Il valore di questa rete va oltre lo sport. Il circolo di lago è un luogo di incontro: ci si trova il sabato per la regata, la domenica per il lavoro sul prato, a fine stagione per la cena sociale. Si formano amicizie tra generazioni diverse, e il passaggio di competenze dai più esperti ai più giovani avviene in modo naturale, sull’acqua e a terra.

Da questi circoli escono anche gli atleti: molti velisti britannici che hanno brillato ai Giochi olimpici sono cresciuti su un laghetto interno, imparando a governare una deriva su campi di regata minuscoli, dove ogni refolo conta e la tattica si impara subito.

Cosa possiamo imparare

Il confronto con altri Paesi, Italia compresa, è inevitabile. Da noi la vela spesso evoca porti turistici, posti barca costosi, barche di una certa taglia. Esiste una ricchissima tradizione di circoli sui laghi più grandi e sul mare, ma l’immagine pubblica resta quella di uno sport per pochi.

La lezione britannica è che la diffusione non passa da grandi investimenti, ma da una cultura: barche piccole, club piccoli, tanto volontariato e la convinzione che l’acqua sia un bene comune da condividere. Basta un lago, una rampa d’alaggio e un gruppo di appassionati che voglia tenerla aperta a tutti.

Quanto bello sarebbe se staccando dal lavoro alle 17 si potesse andare a fare due bordi al circolo a due passi da casa o partecipare alla regatina “scapoli-ammogliati” del venerdì sera? O ancora non essere costretti a fare decine di chilometri per portare il figlio a fare un corso derive al mare?

L’unico esempio che conosco io in Italia è la base al lago di Fimon della Lega Navale di vicenza

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Una risposta

  1. Giovanni ha detto:

    Ecco, allora noi della LNI Vicenza del Lago di Fimon, siamo molto British 😄⛵⛵⛵
    In effetti esistono anche in Italia molti circoli velici che fanno base in piccoli laghi, dove nascono ogni anno centinaia di nuovi velisti, di ogni età, ma non riescono a ricevere la giusta attenzione dai media e nemmeno dalla stampa di settore.
    Purtroppo hai ragione, in Italia vince il preconcetto che *vela* equivale solo a mega barche da milionari, ignorando di fatto una realtà “minore” fatta di piccole barche o derive e migliaia di “poveri” appassionati che ogni we lavorano per tenere in piedi con passione centinaia di piccoli circoli velici.
    Buon Vento a loro!!!
    Giovanni

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